Le mutilazioni genitali: una forma di violenza psicologica

Le mutilazioni genitali: una forma di violenza psicologica

Mutilazioni Genitali Femminili (MGF) è l’espressione che dal 1990 le istituzioni internazionali, poste a tutela della salute pubblica (ONU, OMS), adoperano per descrivere tutte quelle procedure che mirano alla parziale o totale rimozione dei genitali femminili esterni per ragioni culturali e non terapeutiche. “Mutilazione” è, in effetti, un termine adeguato per descrivere i terribili e dolorosi interventi che, effettuati su bambine e preadolescenti, ne mettono in pericolo salute fisica, benessere psichico e vita stessa. Si tratta di pratiche secolari, tradizionali, cruente che sanciscono il passaggio all’età adulta. Rituali a volte perfino desiderati dalle bambine stesse perché accompagnati da danze, canti, doni come se si trattasse di un giorno di festa. Tranne poi scoprire che questo simbolico passaggio, dall’essere bambini all’essere adulti, viene segnato da una dolorosissima mutilazione degli organi genitali, un marchio indelebile le cui conseguenze durano per tutta la vita.

Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono almeno 200 milioni le bambine, ragazze e donne in almeno trenta paesi del mondo che hanno subito una forma di mutilazione genitale.

Diverse ricerche (Lo Baido, 2014) hanno dimostrato che le mutilazioni hanno ripercussioni notevoli tanto sul piano fisico quanto su quello psichico.

La ricerca sopra citata mostra come le donne che hanno subito una mutilazione genitale manifestano una compromissione della vita sessuale e più in generale della sessualità che viene vissuta unicamente come atto legato alla riproduzione.

Circa l’origine di pratiche così cruente, le donne non riescono a comprenderne il reale motivo – «il motivo per cui lo fanno non lo so» – anche se si richiamano alla pressione della tradizione e alle ragioni religiose – «mia nonna mi diceva che esisteva tanto tempo fa, quando la sua nonna lo faceva alle sue figlie. È una usanza che è stata tramandata di generazione in generazione. Si fa per motivi religiosi, così mi ha spiegato mia nonna che si deve fare e basta» – e sono frequenti due ipotesi più delle altre: la mutilazione per limitare il desiderio sessuale femminile («se non si fa la donna vuole fare l’amore troppo spesso») e la mutilazione per impedire che la donna perda la sua femminilità e le sue possibilità di sviluppo, trasformandosi in un uomo: «se non si fa, il clitoride cresce e la bambina non diventa donna». Tutte giustificano, comunque, queste pratiche e le giudicano assolutamente necessarie perché altrimenti «quando questa cosa non si fa allora l’uomo si prende un’altra donna» (Lo Baido, 2014).

Le mutilazioni genitali rappresentano una grave violazione dei diritti umani e una profonda forma di violenza nei confronti di chi la subisce. Le cicatrici emotive di chi ha vissuto un evento di questo tipo possono essere molto profonde e portare allo sviluppo di disturbi del comportamento, ansia, depressione e disturbi del sonno.

Gli psicologi e i terapeuti di PuntoPsi hanno maturato una lunga esperienza nell’ambito delle violazioni dei diritti con specifico riferimento a quelle condizioni inumane che generano profonde ripercussioni psichiche nell’individuo. Se lo desideri possiamo aiutarti a fronteggiare emozioni che non riesci a gestire autonomamente e ricucire quelle ferite così dolorose.

Il Team di PuntoPsi

Bibliografia

Lo Baldo, R. La Grutta, S. Bressi, C. Mauri, M. Trombini, E. Il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili (MGF): studio clinico e psicopatologico su un gruppo di immigrate in Sicilia. Rivista di Psichiatria, 2004, 39, 4

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